Una porta socchiusa

41xSDZDC48L._SX355_BO1,204,203,200_(2)Uno dei momenti migliori dell’estate scorsa è il tempo di Romena. Romena è una piccola pieve sull’Appennino toscano dove avvengono cose stupefacenti. Ne ho tanto sentito parlare che, io agnostica materialista nel senso lucreziano, mi sono lasciata portare dalle mie amiche a un seminario dal titolo “La debolezza è la tua forza”. Il seminario lo ha tenuto Antonietta Potente, teologa, mistica, scrittrice di grande potenza (nomen omen).
Romena è un luogo di grande spiritualità, un luogo commovente per la gente che lo vive. Antonietta Potente ha la capacità di tessere mondi con le parole, di aprire porte da cui si intravede qualcosa che non si afferra mai completamente.
Il corso con Antonietta Potente non ha intaccato il mio agnosticismo, ma lo ha reso in qualche modo più spirituale.
Questi sono gli appunti che avevo preso, in fretta e furia mentre lei parlava. Le sue parole aprono a nuovi mondi.
APPUNTI
La debolezza è la mia forza è una frase di san Paolo che Antonietta Potente declina in tutte le sue forme e possibilità.
Cosa vuol dire essere deboli? C’è un debole contrapposto a un forte? Le ore del corso sono uno smantellamento progressivo della idea tutta occidentale di questa contrapposizione, di questa dicotomia, e anche dell’idea che la forza sia un bene in sé e la debolezza un male in sé.
Comincia col dire che la divinità è invisibile, e non bisogna credere di poterla afferrare, ma ci si deve avvicinare progressivamente: dio è dentro l’uomo, perché l’uomo ha creato dio. In questo desiderio di avvicinarsi alla divinità c’è la sete di conoscenza, la sete nascosta del tutto, percepita non solo dagli esseri umani ma anche dagli stessi atomi di cui siamo fatti. “Osservo gli atomi dell’universo con la loro bocca spalancata“ dice il mistico Rumi.
(Rumi, mistico e poeta sufi vissuto intorno al 1300. Il sufismo prende le distanze dal formalismo e dal legalismo della legge religiosa. )
La verità sta in certe parole che possono essere state dette da chiunque. Rumi esprime qui una verità sconvolgente: Il mondo intero mangia ed è mangiato. La vita eterna, dice la Potente, è di tutti quelli che nutrono e sono nutriti, la vita eterna ha i colori di questa terra. (Forse che qui la Potente accenna a una sorta di materialismo mistico, spirituale, in cui è la materia stessa ad essere divina, e le parti di cui è costituita si mangiano vicendevolmente e continuamente, fino a diventare parte di un processo eterno di trasformazione alchemica? Per tutta la durata del corso ho avuto la sensazione che lei volesse arrivare a questa cosa, che vi alludesse continuamente senza dirlo in maniera esplicita perché forse è disdicevole per una teologa cattolica avvicinarsi così tanto al materialismo, fosse anche un avvicinarsi che presuppone uno spirituale dentro le cose, come motore delle cose).
La vita deve essere abitata, dice Antonietta Potente. A questo punto io aggiungerei questa poesia di WISLAWA SZYMBORSKA, Un appunto
La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.
Traduzione di Pietro Marchesani)

Gli atomi hanno fame e sete, stanno lì con la loro bocca spalancata. Il viso di Antonietta Potente mi inquieta, mi sembra un volto enigmatico, una porta socchiusa a metà tra noi e un’altra dimensione, da cui siamo esclusi al momento. Un’illuminata?
Poiché la strada è lunga,tagliare il cammino in pezzi, suddividerlo (Il mio metodo x non scoraggiarmi davanti a una lunga strada).
E poi, lei dice, ognuno può prendere da ciò che dico quel che gli risuona dentro. Non c’è nessuna verità definitiva.
La debolezza è una parresia, una profezia.
Parresia, nel suo significato letterale, è non solo la “libertà di dire tutto” ma anche la franchezza nell’esprimersi, dire ciò che si ritiene vero e, in certi casi, un’incontrollata e smodata propensione a parlare. In questo senso la parresia fu uno dei principi filosofici del cinismo.
Parresia come profezia
Bisogna fare della debolezza una formula esistenziale, perché in realtà essa è già la realtà della nostra condizione. Non si deve prestare fede alle formule o consolazioni cristiane – esaltazione della debolezza come condizione statica e del buon cristiano, esempio di Giobbe che sopportava tutto stoicamente – ma cercare di capire veramente in che modo la debolezza può diventare forza, qual è la formula in base a cui questo avviene.
La debolezza è una condizione. Non compare all’improvviso ma è una condizione che accompagna l’essere vivente. Siamo soggetti agli eventi della natura, alle malattie, alle catastrofi, alle separazioni. L’errore che fa la ricchezza è quello di negare il lato oscuro (morte, ombra, debolezza). Chi sta sempre nella luce non conosce l’ombra, e quando questa arriva fa paura. Ma se consideriamo la debolezza come qualcosa che ci accompagna dalla nascita, se la soggettiviamo, le diamo del tu, allora essa diventa una compagna del viaggio terrestre, entra a far parte della nostra famiglia umana. La debolezza non viene dal peccato originale né da niente altro, non è un castigo ma una componente della nostra vita. Nasciamo nella debolezza. Nascere è un rischio ma anche un regalo, e anche la debolezza è un regalo. Tutto ciò che abbiamo dalla nascita ha caratteristiche di bellezza. La debolezza è legata alla energia della vita, all’energia dell’universo. I monaci del deserto pregavano per tutti, anche per i serpenti, pregavano per la vita.
Allora bisogna stare in pace, accettare, perché la debolezza ci viene col respiro. È latente, non ha un tempo determinato a differenza della gioia. La gioia senza la debolezza non potrebbe esistere. Il principale pensiero dell’ occidente è il benessere, che non prevede la debolezza, la esclude: un modo infantile e vacanziero di intendere la vita. Ma la debolezza -intesa come dolore, malattia, perdita – non è qualcosa che viene a intaccare il sereno scorrere di una vita, ne è parte integrante.
Ecclesiaste 3 ci parla del tempo
1 Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
2 C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
8 Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
9 Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

Ma secondo Potente non tutto è cosi definito, i tempi della vita sono sovrapposti, Non si tratta di un tempo cronologico ma è come se si ammassassero insieme cose in un deposito. Prendere tutto come un tutto.
Il tempo è l’unica cosa che si possiede, se consideriamo la vita come un UNO. Un tempo unico del piacere e del dolore. È la grazia è non perdere nulla di ciò che ci è stato dato.

“Le lacrime fanno rumore di per sé” (Rumi)
La debolezza è come un amante fedele, non ci abbandona e diviene pian piano la nostra sensibilità, la nostra libertà.
Non siamo fatti per essere forti, per essere degli eroi. Anche gli ideali cristiani della santità a tutti i costi si rivelano favole. Non dobbiamo parlare di santità ma di somiglianza.
Ungaretti: la carne si ricorda appena che fu forte. È folle e usata l’anima, e Dio non lo conosciamo più che di nome. E per pensarti eterno non ho che la bestemmia.
Riconoscere la debolezza come parte del nostro essere.
Romena è un sacramento, una porta che spinge verso una visione diversa. La poetica della vita è l’uno.

La debolezza non si deve giustificare, né vestire di abiti non suoi.
Lasciamo che gli atomi aprano le loro bocche, anche gli atomi pregano. Chiunque prega lo fa x tutti.
LA GRAZIA
La grazia ha due forme:
concreta, che si può toccare
Astratta, misteriosa, senza nome e che però si percepisce come realtà che appartiene all’UNO..
La parola è uno spazio di incarnazione della grazia, come Maria che ha ascoltato la parola e poi l’ha generata. La grazia abita in questo spazio.
C’è la grazia nell’accezione popolare di ricevere una grazia, in questo caso la grazia è percepita ed espressa perché si è ricevuto qualcosa.
La grazia è un alleggerimento dell’essere, è qualcosa che si percepisce senza riuscire a dare un nome. Un grande sollievo, a volte, come quando qualcuno va un po’ più in là e ci lascia respirare.
Oppure quando ci si libera di qualcosa. Gli ordini mendicanti trovavano la loro grazia nel mendicare.
Mendicare, farsi piccoli, lasciando spazio agli altri. Riconoscere, come gli atomisti, che siamo poca cosa, un accumulo di atomi. Ma legati fra loro e alla vita da fili preziosi.
La debolezza non è solo caratteristica fisica, del corpo.
Dove cresce lo spirito diminuisce il corpo. Giovanni 3,30. Bisogna diminuire il corpo per accrescere lo spirito. Ma allora diminuire l’io per dare spazio al tu? Al noi? In ogni caso nulla si perde.
C’è bisogno di unificare la vita, di amalgamarla. Riconoscere l’Uno.
La debolezza è in questo caso la nostra forza perché ci permette di resistere alle forze dell’ordine imposto dall’Occidente.
Ribaltamento della verità.
IL VIAGGIO
Essere in viaggio. Esiste un solo tempo, perché siamo in viaggio. Dobbiamo restare nel viaggio, essere pellegrini. La Pieve è il luogo del viaggio, un luogo di passaggio dove ci si riposa, si raccolgono le forze.
La debolezza è anche una logica interna alla realtà. Le dimensioni della vita vengono capovolte. Nella narrazione del “poeta increato” vi è una logica rovesciata. La parabola del granello di senape lo dimostra. Gesù è un esempio di debolezza che diventa forza. Il granello di senape diventa una nuova unità di misura della realtà.
La sapienza in progressione dei bambini. Nocciolo della vita. L’appropriarsi progressivo della conoscenza, filtrandola attraverso la propria logica infantile.
La porta stretta per entrare in una dimensione nuova.
PERCHÉ VOGLIAMO ESSERE FORTI?
La forza è una ricerca, la debolezza uno stato da superare? E di che forza si tratta? Di quali energie ho bisogno per vivere questa forza?
La logica dell’uno supera il dualismo, la sapienza, la conoscenza tengono insieme ciò che la realtà in qualche modo esclude.
Si ritorna all’atomismo, all’idea che siamo un accumulo di cellule. Il mondo è densamente abitato.
È bene essere deboli perché ciò significa che ho lasciato spazio ad altri esseri ad altre realtà.

La debolezza e la forza sono complementari. L’una non esiste senza l’altra. La debolezza viene nei momenti di profonda profezia. La debolezza è la capacità di profezia. La nostra parresia si è appiattita perché non abbiamo più la forza di credere alla debolezza. La debolezza è la forza dire la verità. La verità è ciò che dobbiamo ancora sapere. Il segreto della formula è di non dividere queste due realtà. La realtà è un TU. Bisogna interrogarla, stare dentro le cose. Il mistero è dentro.

Al Hallagi, il Cristo dell’Islam, messo in croce dai suoi stessi compagni di religione, scriveva:
“Tra la pelle e le ossa io ti trattengo. Che ne sarà di me se poi ti perdo?”
Tra la pelle e le ossa: un piccolo spazio vuoto microscopico abitato dal mistero.
Tu sei lì fra il pericardio e il cuore
E scavi come le lacrime quando escono dalle palpebre
Introduci la coscienza nel cavo del mio cuore.
Falce di luna che appari il sedicesimo giorno, l’ottavo, il quarto, e anche il secondo.
La falce di luna più che la luna piena affascina l’islam. Si tratta di un frammento di luce in cui la bellezza è racchiusa.

La bellezza del silenzio. Il silenzio è un atto di non violenza. La forza che cerchiamo somiglia a questo silenzio. La forza del momento opportuno.
Non si può vivere in costante inimicizia con la realtà.
Scrivere solo nel momento opportuno.
La forza delle stagioni.
Non pretendere di avere sempre la stessa forza.
LA CURA
Curare ed essere curati. La forza vera è nella costruzione umana di relazioni differenti.
Liberarsi dalla distrazione. Agire nell’immaginazione con la forza dell’immaginazione, con la forza del sogno.
La veglia è spazio di immaginazione.
Dobbiamo prendere le forze laddove le troviamo intorno a noi.
La materia non può essere scissa dallo spirito, noi siamo dentro la vita.
Bisogna amare il proprio tempo, la propria realtà. L’arte è la distillazione alchemica di un’epoca..
4 consigli per finire, 4 fili
1. Qualsiasi spiraglio di luce
2. Un leggero soffio di vento (La vita cambia di passaggio in passaggio)
3. Una goccia d’acqua che scende
4. Presenze piccole come il palmo della mano (Re, 18, la nuvola di Elia).

Riabituarsi al poco. Prestare attenzione ai piccoli accadimenti della vita quotidiana. La vita cambia di passaggio in passaggio.

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Una porta socchiusaultima modifica: 2019-03-12T21:25:17+01:00da bibliosaura
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