Piccolo racconto zen 2

Digressione

anzianiA lungo nella vita ci si sente spettatori. L’infanzia e l’adolescenza sono i primi momenti del grande spettacolo. Si sta a guardare per apprendere il più possibile, non solo a scuola, per poter entrare nell’agone a pieno titolo. È un momento meraviglioso, proprio nel senso di “pieno di meraviglia”. Il tempo scorre lentissimo, si possono sentire persino i movimenti di questo ingranaggio perfetto, così come, nel silenzio di una notte in campagna, si percepisce il ronzio del silenzio. Tutto è preparazione, addestramento. Anche l’amore che si incontra non è che una immagine imperfetta di quello che sarà. Allora si guardano gli altri, quelli che già sono oltre, sicuri di sé e padroni del tempo. Si spiano i loro modelli, si criticano, si mettono in discussione. Si leggono tanti libri, per la fame di sapere. Si gira il mondo per impossessarsene. Poi il grande momento arriva, inavvertito. La vita diventa un campo da dissodare alla vanga. I tempi della lavorazione del suolo, delle semine e dei raccolti arrivano e si avvicendano stagione dopo stagione. È questo il momento in cui sei l’attore, il personaggio principale dello spettacolo, ma quasi non te ne accorgi. Qualche decennio di furore a testa china e a motore sempre acceso. Poi un giorno alzi gli occhi e sai che il tuo ruolo è finito.Lasci il palcoscenico dagli scalini laterali. Ti risiedi in platea, senza applausi, e scopri che la cosa non ti dispiace. Ritorni spettatore, senza ansie. Frequenti strade di periferia, ti fermi a guardare i lavori in corso dietro le transenne, dai qualche piccolo consiglio di parcheggio, studi la flora delle aiuole abbandonate, leggi libri le cui parole presto svaniscono, vai al mare in momenti inabituali,  i rintocchi delle campane di una chiesa ti rammentano che sarebbe ora di tornare, ma dove devi tornare non lo ricordi più. E va bene così, ti senti bene a essere finalmente inconsapevole parte del flusso della vita.

 

rethoriké techné, l’arte della parola

Digressione

ciceroneDa molto tempo mi domando il perché delle continue illusioni e disillusioni che caratterizzano la nostra vita di cittadini attivi e politicamente impegnati. Figure vecchie e nuove si affacciano alla scena politica, ci parlano, ci affabulano, ci convincono e poi, dopo il voto, puntualmente ci deludono. Anni  trascorsi a ragionare di politica, a esaltarsi, arrabbiarsi con pochi risultati concreti.

Una parte della risposta credo risieda nello strumento usato per fare politica, e cioè la retorica.

La retorica è l’arte di parlar bene, di costruire discorsi – dal greco rethoriké techné, tecnica del parlar bene – e di costruirli in modo tale da condurre l’uditorio alla persuasione.

L’arte è molto antica, e Aristotele è stato il primo – ma non l’ultimo – a individuarne le caratteristiche peculiari. Scopo della tecnica era (è) quello di insegnare – attraverso regole e tecniche normate dai numerosi trattati che si sono poi succeduti nel corso dei secoli – a costruire un discorso persuasivo, che faccia presa nelle menti e resti nel cuore degli ascoltatori.

Un’arte quasi da attori, dunque.

Il problema è che il discorso politico non è un discorso fine a se stesso, ma ha delle conseguenze profonde sulla realtà, sulla vita, sul futuro di tutti noi. Perciò mi chiedo come sia possibile affidarsi soltanto a delle parole – belle quanto si vuole – per decidere del destino di un paese, di un luogo, di un’amministrazione. E’ come fornire una certificazione, senza però la possibilità di verificarla. In politica ci fidiamo sulla parola, come nella pubblicità. Assistiamo a dei talk show in cui ognuno porta avanti la propria versione della storia, ma non c’è più nessuno che ci dica dove è la verità (non so se ci sia mai stato). Perché scopo della retorica non è l’affermazione della verità, ma semplicemente di un interesse particolare (così come lo scopo di un avvocato non è stabilire la verità in un processo ma far assolvere il proprio cliente).

Questo avviene perché la retorica è usata da pochi e subita da molti. Sin dall’antichità differenziava i potenti, che la utilizzavano, dai sudditi che la subivano, come chiarisce Roland Barthes in La retorica nell’antichità.

Perciò la capacità di decriptare un discorso costruito sulla base degli strumenti retorici potrebbe essere una buona arma da usare contro l’imbonimento politico-mediatico, per riconquistare, almeno in parte, la libertà: e questo si può fare apprendendo le tecniche utilizzate per la costruzione e il controllo del consenso. Imparando, appunto, la retorica, apprendendone la capacità di svelamento e di critica insite nella tecnica. Un po’ come l’omeopatia, che cura il simile con il simile. Se ci pensiamo, moltissimi grandi pensatori, da Aristotele a Cicerone a Giambattista Vico fino ad arrivare all’oggi (Roland Barthes, Perelman) hanno riconosciuto il valore e l’importanza di questa tecnica, se usata in maniera morale, per avvicinarsi alla verità o perlomeno per “separare il grano dal loglio”. Questo, se non ci garantisce completamente dagli imbonitori, ci evita almeno l’altalena delle illusioni e disillusioni. Solo attraverso il disinganno e il disincanto si giunge a livelli superiori di decifrazione della realtà.

Libro consigliato:

La retorica. Storia e teoria. L’arte della persuasione da Aristotele ai giorni nostri
di Renato Barilli

Frammenti di un’epopea suburbana, ovvero avventure di una pendolare

Questi frammenti sono vecchiotti, ormai le cose vanno un po’ meglio sui nostri autobus, che hanno persino cambiato nome. Ma la domanda fatidica: “Passerà? Non passerà? E’ già passato?” è sempre lì, ad ogni fermata e ogni attesa, in agguato. 29 settembre Mi piace viaggiare in autobus. Ho usato l’auto per tutta la vita, ma adesso posso prendere la vita … Continua a leggere

L’albero di Giuda, o una primavera di 1984 anni fa

L’albero più splendido della primavera, coi suoi grappoli rosa fucsia aggrappati ai rami scuri, è il cerquim siliquastrum, o siliquastro, più comunemente conosciuto come albero di Giuda. E’ davvero un peccato che un albero così bello, dalla fioritura eclatante e duratura, sia rimasto legato al ricordo di un evento tanto efferato – almeno così è stato nei racconti del catechismo – … Continua a leggere

Un Viaggio (tra Coperchia e il Nord)

  Questa sera, scendendo da sola in auto verso il mare (voi siete partiti da giorni, io cerco come posso di ingannare l’assenza) – verso la città di mare, nascosta dietro una fila sottile di colline – giusto a metà strada, all’incrocio, proprio là dove la via si restringe di molto, e c’è una curva – ho incontrato l’autobus, il … Continua a leggere

La nascita del libro, di Henry Jean Martin

Un testo molto bello, immancabile nei pascoli di una Bibliosaura, è questo in cui Henry Martin racconta la nascita del libro come oggetto fisico quale lo conosciamo oggi. Un lungo excursus nei secoli della prima rivoluzione tipografica, di cui si narrano gli attori (tipografi, editori, stampatori, incisori, fonditori di caratteri) i luoghi, le macchine e le opere. La nascita del … Continua a leggere

Parole trovate tra le macerie dell’utopia. I fiori del male russi. Antologia di scrittori russi di fine secolo

  Questo è un vecchio articolo, ritrovato in una vecchia cartella del 2002. Ma si tratta di letteratura, e la letteratura è sempre attuale, soprattutto quando si  narra di una frattura, quando testimonia una cesura col passato che non si potrà mai più saldare. Questi racconti segnano il passaggio dalla letteratura sovietica a una letteratura ancora senza nome, che il … Continua a leggere

Viaggi di un giorno. Gli Alburni

Il massiccio degli Alburni è un grande cetaceo addormentato, arenato sulla piana al tempo mitico delle grandi maree e lì pietrificato, con la testa avvolta nelle nuvole ma orientata verso il nord, verso le grandi distese di ghiaccio ormai irraggiungibili. Un cetaceo così grande che le scaglie rugose del dorso accolgono ghiacci e ospitano faggete sterminate attraversate da sentieri e … Continua a leggere

3 romanzi sulla Biblioteca

Sono una Bibliosaura, perciò il mio pascolo preferito è la biblioteca. Sono fortunata perché ho potuto starci tutti i giorni, per anni, e conoscerne molti segreti. Ad esempio, nelle biblioteche ci sono molti libri che parlano di biblioteche.  Strano? Non tanto.  La storia delle biblioteche e la loro natura  – di cui parlerò un’altra volta – ne ha fatto  una metafora … Continua a leggere

Le square, di Marguerite Duras. La solitudine del presente.

Questa volta non voglio parlare di una lettura recente, ma di una fatta tanto tempo fa, il cui ricordo non è sbiadito nella mia memoria, nonostante il testo fosse in francese (mi pare sia ancora inedito in Italia). Lo considero un po’ uno di quei libri che “ti cambiano la vita”. O, per non usare un’espressione così grossa, almeno uno di … Continua a leggere